Il rapper campano torna sulle scene con il suo EP “Vice City” dove spicca la traccia “Loco”. Con noi ha parlato di inchiostro e devozione verso 2Pac Shakur

Ciao, Lele. Tatuaggi e hip hop vanno da sempre di pari passo nella tua vita, vero?
Esatto. A tredici anni scopro il rap grazie a Tupac Shakur e l’anno dopo, esaltato dalla sua figura controcorrente, mi faccio già un tatuaggio…

In maniera clandestina, immagino.
Sì, ero a casa di un mio amico che si esercitava da poco con la macchinetta ad aghi. Scelsi una “A”, l’iniziale del mio nome e cognome. Anche se da sempre tutti mi chiamano Lele e questo porta spesso a dei fraintendimenti… (sorride)

Perché tu come ti chiami in realtà?
Alessandro Arena. Il mio vero nome è quello.

Lele Blade, foto di G. Bifulco
Lele Blade, foto di G. Bifulco

Quella piccola “A” ce l’hai ancora?
No, l’ho coperta in concomitanza con la maggiore età. Periodo, i diciotto anni, in cui è arrivata anche la consapevolezza dei miei gusti e di cosa volessi esattamente dalla tattoo art. Ora di anni ne ho trenta, quindi direi che io e l’inchiostro ci stiamo “frequentando” da un bel po’.

Lele Blade, foto di G. Bifulco
Lele Blade, foto di G. Bifulco

Tributi (su pelle) a 2Pac te ne sei mai fatti?
No, nel caso di mister Shakur mi sono limitato a collezionare poster e dischi in gran quantità. La sua discografia ce l’ho completa (comprese le raccolte senza pezzi inediti!) mentre da ragazzino appesi due manifesti enormi di Tupac nella mia cameretta di allora.

Credo che resteranno là per sempre. Esattamente come i tatuaggi su di me.

Cosa ti piaceva essenzialmente dell’autore di “Me Against The World” e “All Eyez On Me” ?
Tutto. E poi le sue liriche, ogni sua singola lirica mi ha sempre fatto piangere. Ora apprezzo i rapper francesi che, per me, restano i più forti sulla scena in questo 2019 anche se dagli Stati Uniti continuano ad arrivare grandi nomi. Kendrick Lamar? Bravissimo, ma da quando ha vinto il Pulitzer, l’ho trovato un po’ troppo concettuale e pesante nelle sue rime. Sembra quasi che giochi a non farsi capire.

Lele Blade, foto di G. Bifulco
Lele Blade, foto di G. Bifulco

Torniamo a te: dove sei tatuato esattamente?
Su braccia, petto e stomaco. Le gambe sono ancora libere mentre sulla schiena ho un piccolo elmo ellenico, ricordo di un viaggio in Grecia.

Tatuaggi autocelebrativi?
Beh, qualcosa che riassuma la mia carriera musicale ce l’ho. Tipo il logo della mia vecchia crew 365 MUV tatuato sulla falsariga di quello di “300”, il blockbuster cinematografico del regista Zack Snyder. Il mio produttore Yung Snapp, invece, si è tatuato una bella Lamborghini anni ’80…

Lele Blade, foto di G. Bifulco
Lele Blade, foto di G. Bifulco

Molto “Miami Vice”, no?
Già. E da lì fai in fretta ad arrivare al mio nuovo EP “Vice City”! (ride)

Noto, sul tuo braccio sinistro, che sei un grande appassionato di antico Egitto.
Yes. Sull’argomento in questione, quando assume connotati esoterici, non mi perdo un libro, un documentario, un film, un articolo di giornale ecc.I miei sono tutti soggetti egizi a cavallo tra Realistico e Traditional. Nello specifico ho un Tutankhamon, un Ra (che simboleggia la vita), un Anubi (vale a dire la morte) e ovviamente non poteva mancare anche Cleopatra.

Lele Blade, foto di G. Bifulco
Lele Blade, foto di G. Bifulco

Chi te li hai fatti?
Il mio tatuatore di fiducia, ovvero Giacomo Russo del “Mentality Tattoo Shop” di Casoria, il mio paese natale. Nella vita mi sono tatuato in Grecia, Svizzera e Inghilterra, ma Giacomo – oltre che un amico – resta sempre il migliore del lotto. Pensa che lo cito pure in una mia traccia intitolata “Kawasaki”. Quel modello di moto, la 750, è la stessa che guida lui.

Ti farai tatuare ancora da Giacomo Russo?
Penso di sì; anche se, al momento, sono in una fase di riflessione. Terminerò certamente la manica sinistra, ma collo e faccia ancora non lo so. Arrivare con l’inchiostro da quelle parti non mi ispira più come in passato.

Lele Blade, foto di G. Bifulco
Lele Blade, foto di G. Bifulco

Colpa della trap un po’ troppo giovanilista?
Forse sì. Sai, vedo troppi ragazzini tatuati in viso e la cosa mi appare un po’ massificata e noiosa allo stesso tempo. Il tatuaggio non è una moda né tantomeno una “divisa” per fare un determinato tipo di musica.

Ben detto, Lele.
Da quando esiste la tattoo art la faccia la si tatua solamente quando non c’è più spazio sul resto corpo, no? Bisogna arrivarci per gradi, col passare degli anni, come se fosse una ricompensa. Fortunatamente molti tatuatori italiani ragionano come me e la cosa non può che rendermi felice.

Seguite Lele su Instagram: @leleblade