Piero Baldini ha un passato liceale da metallaro e un bel presente nella scena hip hop/trap. Per l’uscita di “Kety” ci ha raccontato diverse cose sul suo inchiostro…

Ciao, Ketama. Direi che dai tempi di “Rehab” (2018) sia cresciuta la tua produzione musicale, ma anche la quantità d’inchiostro sulla tua pelle. Confermi?
Sì, nel frattempo sono arrivato a quota nove tatuaggi contando pezzi quali un angioletto e una Vergine Maria. Più il mio logo tatuato con dei caratteri black metal ispirati a quelli dei Darkthrone (storica band norvegese. NDR).

Tattoo dispari, quindi.
Già, conosco il luogo comune per cui i tatuaggi non dovrebbero mai essere pari. Però io non è che sia così scaramantico… (sorride) Quindi, più che ai numeri, bado alla buona fattura dei miei pezzi.

Pezzi che nascondono, a loro volta, delle storie?
No, direi che i miei tatuaggi siano quasi tutti estetici. Si tratta di soggetti che mi ispirano perché, allo stesso tempo, mi piacciono molto.

Tipo il Calimero che ho sul mio braccio destro: era un personaggio che mi faceva sorridere quand’ero bambino e ci sono rimasto affezionato.

Hai detto “quasi”. Cos’è che non rientra nella categoria estetica?
Il lettering “126” che ho all’interno del mio braccio destro. Quello è stato il mio primo tattoo in assoluto, realizzato come tributo alla mia gang/comitiva (i famosi 126 gradini della scalinata del Tamburino a Roma dove la crew capitolina era solita ritrovarsi. NDR) e ne andrò sempre fiero. Oggi come tra vent’anni. Anzi, tra vent’anni ancora di più…

Ketama 126
Ketama 126

A proposito della Capitale. So che sei molto amico con Side Baby, ovvero il “vecchio” Dark Side fuoriuscito dalla Dark Polo Gang. Lui è notevolmente tatuato, molto più di te: conti un giorno di emularlo?
Beh, perlomeno non per quanto riguarda la faccia! (ridacchia)

Eppure…
Hai ragione. Dalle parti del viso ho qualcosa anche io (si tocca un piccolo fiocco di neve, un fiocco nero per la precisione, sotto l’occhio sinistro. NDR).

Mettiamola così allora: Side ed io restiamo amici nella vita quanto divisi come stili: lui è più per il Traditional mentre io per il Black ‘n’ Grey.

Noto che sulle nocche della tua mano destra hai scritto “Kety”. Come il titolo del tuo quarto album…
Già, ma quello è solo il mio soprannome che mi porto dietro da sempre: a Roma, d’altronde, mi chiamano tutti così! Non si tratta di un tatuaggio autoreferenziale nei confronti del mio nuovo disco anche perché io, a queste tattiche promozionali, non è che creda granché. Mi piace di più mischiare il sacro col profano, quindi Calimero con la Vergine Maria. Oppure il logo dei Black Sabbath con un’immagine connessa alla religione cattolica.

Ketama 126
Ketama 126

Il logo dei Black Sabbath?
Amerei un giorno farmi tatuare sul collo quell’angelo con le ali da pipistrello che regge, a sua volta, una stella. Sarebbe fighissimo!

Anche perché tu hai un passato da metallaro, vero?
Esatto. Ora faccio musica rap e trap, ma sono venuto su suonando le cover dei Black Sabbath in una piccola band liceale. Diciamo che ero il Geezer Butler della situazione!

So che andavi pazzo anche per i Red Hot Chili Peppers, no?
Ai tempi della scuola erano i miei idoli assoluti; poi gradualmente sono passato all’heavy metal e da lì all’hip hop e alla trap. Eppure, a livello di tatuaggi, mi hanno insegnato di più Ozzy Osbourne, i Pantera o Flea e soci che certi trapper contemporanei. Senza dimenticare un libro di mia mamma dedicato ai migliori tattoo del mondo. Ricordo ancora che da pischello me lo sfogliavo con molta curiosità.

Mi dici i nomi dei tuoi tatuatori di fiducia?
Volentieri. Sono Isghi, Frankie Boy ed EDWART Tattoo. Quest’ultimo, tra l’altro, si è occupato del mio logo “Ketama 126”. Quello ispirato ai Darkthrone di cui ti dicevo prima.

KETY, il nuovo album di Ketama 126
KETY, il nuovo album di Ketama 126

Dai Darkthrone al jazz: ma è vero che tuo padre è un sassofonista?
Sì ed il jazz lo mastica da una vita. Si tratta di un super appassionato totale che ha suonato anche su due tracce – “Denti d’oro” e “Jeans strappati” – del mio nuovo disco. Volete un bel disco jazz da ascoltarvi mentre leggete quest’intervista? Bene, andate su Spotify e selezionate “Blue Moods” di Miles Davis: semplicemente strepitoso.

E la pesca? Non il frutto, ma proprio l’andare a pesca…
Ah, quella era una cosa che avevo tirato fuori in una vecchia intervista con un altro magazine dicendo che, tra le droghe e la pesca, mi rilassa nettamente di più la seconda. Era una provocazione, ecco. Non è che sia questo gran pescatore, ma vuoi mettere attendere che i pesci abbocchino rispetto a farsi tatuare? Pescare è soft, mentre la macchinetta ad aghi sulla pelle… è troppo dolorosa! (ride)

Leggi QUI l’intervista a Side Baby se vuoi saperne di più riguardo ai suoi tattoo.