Dopo 40 giorni a piedi lungo la via Francigena e il documentario “Torno a Casa” per Real Time, per il cantautore è di nuovo tempo di riflessioni sulla tattoo art.

Jack, quanto è cresciuta in questi ultimi anni la tua collezione di tattoo?
Direi abbastanza, così come la mia conoscenza della tattoo art. Sono stati anni di cambiamento questi per me, a partire dalla scelta di cominciare a cantare in italiano (nell’album “Torno a Casa” del 2018. NDR) e fino ad arrivare alla scelta di tatuarmi mani, collo e parte della schiena. La faccia no. Quella, fortunatamente, no. (sorride)

Sento che vuoi aggiungere qualcosa…
Beh, all’epoca del nostro ultimo incontro (2015 circa. NDR), c’era ancora questo sentore che il tatuaggio, culturalmente parlando, facesse parte dell’universo rock. Una roba fatta di teschi, pugnali e chitarre. Oggi invece, con l’arrivo in massa della trap, il rischio resta quello dell’estremizzazione. Tra cui, appunto, questa malsana moda teenageriale del tatuaggio in faccia…

Jack Jaselli, foto di Riccardo Medana
Jack Jaselli, foto di Riccardo Medana

Anche tu, però, hai dei tatuaggi ben visibili.
Ci mancherebbe altro che non li ho! (ride) Però quello che ho fatto sulla mano, presso uno studio francese a Tolosa, è giunto al culmine di un viaggio molto importante fatto con la mia ragazza. All’epoca avevo 38 anni (Jack ne compirà quaranta nel 2020. NDR) e sentivo di trovarmi in un momento peculiare della mia vita. Al termine di un certo percorso esistenziale, ecco.

Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli
Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli

Quindi i ragazzi della trap, per te, sbagliano a farsi tatuare in viso…
La verità è che oggi, nel mondo della musica, mi sembra tutta una faccenda da “o la va o la spacca”. Una cosa tipo: o ho successo subito altrimenti ci rinuncio. Ma si può fare arte in questa maniera? Come se avessi un Kalashnikov costantemente puntato in faccia?

Boh, io cerco con tutto me stesso di capire l’urgenza che anima la trap e i suoi rituali, ma per ora non ci arrivo…

Tu, d’altronde, sei per l’arma della pazienza. Altrimenti non ti saresti messo in cammino, nella primavera del 2019, lungo la famosa via Francigena. Giusto?
Devo fare un passo indietro visto che si parla di trekking… (sorride) Ho scoperto il piacere di camminare, nel 2017, quando mi sono avventurato in un viaggio di una settimana tra l’Umbria e la Toscana. Dopo quell’esperienza mi è venuta voglia sia di macinare chilometri che di raccontare storie, belle storie, lungo il mio cammino. Quindi, ho fatto la Milano-Pavia e mi sono allacciato alla via Francigena arrivando a piedi fino a Roma. Alla fine saranno stati circa 800 chilometri di percorso.

Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli
Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli

E, durante quel periodo, è nato il documentario “Torno a Casa” mandato poi in onda da Real Time…
Sì, eravamo solo io e la troupe. Anche se quest’ultima – per esigenze di carico connesse alle sue pesanti attrezzature – non ha camminato e basta.

Come è andata?
Un’esperienza davvero fantastica perché, nonostante l’imbruttimento dei social, ho riscoperto un’Italia fatta di persone coraggiose e per bene. E che hanno molto a cuore il posto dove vivono.

Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli
Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli

Si può fare l’abbinamento slow food = slow music?
Probabilmente sì. E, mentre cammini, te ne accorgi ancor di più di come la buona musica, quella genuina, abbia bisogno di altri tempi per essere prodotta per bene. Prendi Niccolò Fabi, ad esempio: lui, manco a farlo apposta, ha casa lungo la via Francigena ed è un patrimonio di questa “slow music” fatta col cuore.

Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli
Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli

Tu?
Io, nel mio piccolo, ci sto provando. Tra “Monster Moon” e “Torno a Casa”, ovvero nel passaggio tra canzoni in inglese ed in italiano, avrò sicuramente perso dei fan, ma credo dentro di me che questa sia la strada giusta da seguire.

Non ambisco ad uno status di popstar o di musicista figo. Voglio solo fare quello che mi sento dentro.

Dimmi, è per quel motivo che ti sei tatuato la parola greca “Metis”?
Sì, quella assieme all’Areté è uno dei valori massimi della cultura ellenica. Solo che se l’Areté è più simile alla Virtus latina (ossia la capacità di un individuo di volgere al bene), la Metis ha più a che fare con la resilienza. Al sapersi adattare, tramite l’ingegno, alle difficoltà che la vita ci pone di fronte.

Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli
Jack Jaselli, foto di Chiara Mirelli

Ok, direi che le tue scritte su pelle non sono mai banali. Prossimo lettering in programma?
Forse uno tratto dal libro “Solaris” dello scrittore polacco Stanislaw Lem. Romanzo che ho da poco finito di leggere, nonostante non abbia mai visto il film di Soderbergh con George Clooney. Forse, più che un lettering, sarà un tatuaggio figurativo dedicato a questo pianeta con due soli di cui si parla nell’opera. Sai, ho sempre adorato la fantascienza filosofica.

Il pellegrino stilizzato, simbolo della via Francigena, te lo tatuerai mai?
Ovviamente sì! E credo che me lo farò direttamente sul polpaccio, giusto per dare un’idea di movimento. Sai, quell’icona tratta da un fregio presente sul Duomo di Fidenza, non è poi così sacra visto che – poco distante dal pellegrino in questione – ce ne sta un altro che sta mettendo le sue mani sotto una sottana! (ride) Devono essere stati tempi altamente complicati e caotici, quelli del Medioevo…

Hai scritto canzoni tra Pavia e Roma?
Ho scritto, ho scritto eccome. Quaranta giorni sono lunghi e, nel documentario di Real Time, non poteva venire fuori tutto. Dopo questa intervista penso che mi trasferirò a Roma, dal produttore Carlo Di Francesco (lo stesso di Fiorella Mannoia), e mi metterò al lavoro per il seguito di “Torno a a Casa”. Quello che è venuto fuori, dalla prime prove con la band, mi piace molto. Aspettatevi un album parecchio suonato!

Che uscirà nel 2020…?
Yes. L’anno l’hai azzeccato. Il mese, però, è ancora troppo presto per prevederlo… (sorride)

Jack Jaselli_copertina album Torno a Casa

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