Organizzatrice di eventi, manager, vegana al 100%, devota verso l’amicizia e amante dell’inchiostro handpoke: conosciamo meglio questa “nomade” del tattoo.

Giulia, quando inizia la tua avventura nel magico mondo della tattoo art?
Da ragazzina, a quattordici anni, ad un’età totalmente illegale! (ride) In pratica mi feci questo piccolo tatuaggio in quel di Aprila, la cittadina del Lazio dove sono nata e cresciuta. Il soggetto? Eh, bella domanda…

Confidati pure.
In realtà avrebbe dovuto essere la lettera “S” dell’alfabeto cinese (vale a dire l’iniziale del nome del mio primo fidanzato) e invece, anni dopo, ho scoperto che si trattava di un segno senza alcun significato. Però mi sono detta: “Non fa niente, Giulia. In fondo quel che conta è il simbolo, no?”.

Giulia Diana
Giulia Diana

Ce l’hai ancora quella presunta “S”?
Certo, mai coperto un tattoo in vita mia. Così come mai scelto un soggetto basandomi su canoni estetici. Ogni mio singolo pezzo racconta una parte di me e, col tempo, mi sono costantemente prestata a fare da cavia per amici tatuatori, quelli cosiddetti “in erba”.

Le molle che ancora oggi mi spingono a tatuarmi rimangono sempre le stesse: amore, amicizia e messaggi ben precisi. Da spedire, in primis, a me stessa.

So che sei “nomade” per quel che riguarda la scelta dell’inchiostro…
Esatto. Da quattro anni faccio base prevalentemente a Milano, ma sul mio corpo ho pezzi provenienti da gran parte dell’Italia e del mondo. Mi sono tatuata a Perugia così come a New York. A Napoli ma anche a Barcellona, Sarajevo ecc. A proposito, visto che le ho sperimentate entrambe, amo senza alcuna distinzione sia la tecnica “handpoke” sia il classico tatuaggio fatto con la macchinetta ad aghi.

Cominciamo ad esaminare qualche tuo tatuaggio in particolare. Tipo quelli che hai disseminati sulle braccia…
C’è un po’ di tutto e, come ti dicevo prima, ognuno di essi ha il suo bel significato specifico. Sfoggio il soggetto di un orecchio perché, purtroppo, ho dei problemi di salute da quelle parti. Una gomma col lettering latino “Errare humanum est” come tributo alla figura di mia nonna. I quadri di Frida Kahlo perché lei resta la mia artista preferita. Una casetta a simboleggiare il profondo legame con una mia cara amica. I tattoo di una sedia ed una poltrona perché, nella cultura cinese, la prima sottintende l’amicizia mentre la seconda l’amore. E la lista, credimi, potrebbe continuare a lungo… (sorride)

Giulia Diana, ph di Eugenio Marongiu
Giulia Diana, ph di Eugenio Marongiu

Ora ti cito io tre tuoi tatuaggi e tu me li metti in ordine di importanza, ok? La falena che hai sulla spalla, la dea della giustizia bendata che adorna il tuo stomaco e i soggetti religiosi che mostri a tutta schiena…
Bella domanda. Dunque sul podio, al terzo posto, metto la falena perché quello è un tattoo – diciamo così – “catartico”: fin da bambina ho avuto una paura tremenda di farfalle e falene e non mi sono mai spiegata il perché.

Prendilo come un mio terrore atavico visto che, pure dopo quel tatuaggio, continuo a non sopportare neanche la vista di quegli insetti!

Sulla schiena ho le figure della Madonna dell’Arco, vale a dire la santa patrona di Napoli, e di Giovanni Battista, il personaggio biblico. Lui sta regalando a lei un cuore nuovo di zecca, un po’ come ha fatto il mio fidanzato (il rapper Ghemon NDR) con me quando ci siamo conosciuti. Ok, dovrebbe essere quello il tattoo più importante della mia collezione; e invece mi trovo costretta a scegliere la giustizia cieca…

Giulia Diana, tattoo di Alessandro Alfonsi
Giulia Diana, tattoo di Alessandro Alfonsi

Come mai?
Perché quel tattoo rappresenta mia madre che, di professione, fa l’avvocato.

Ecco.
Mettiamola così: io, di mio, ho sempre avuto un profondo senso della giustizia, ma posizionare quel pezzo sulla bocca del mio stomaco è stato come dire a mia mamma quanto senta tuttora la sua presenza costante, ma a volte pure ingombrante. Il suo peso. Il suo esempio. Lo sai come vanno le cose tra una madre e una figlia, no? Si litiga, ok, ma poi fortunatamente ci si riappacifica e torna il sereno.

Giulia Diana, ph by Jacopo Ardolino
Giulia Diana, ph by Jacopo Ardolino

Hai già qualche abbozzo di idea per dei nuovi tatuaggi?
In realtà avrei già redatto una vera e propria lista completa! Guarda qui (mi allunga un corposo appunto scritto sullo schermo del suo smartphone. NDR): voglio farmi scrivere “C’eccis!” perché in napoletano significa “mi hai rotto le palle”! (ride)

Ancora la città di Totò e Peppino.
Ebbene sì, ho sangue partenopeo nelle mie vene, penso che ormai si sia capito: mia mamma, d’altronde, è originaria del Golfo… Ecco perché, in lista, ho pure il tatuaggio di un “panaro” (un cestino di vimini appeso a un filo, allo scopo di prendere o dare qualcosa a chi si trova giù in strada. NDR).

Giulia Diana
Giulia Diana

Tutto qui?
No, poi vorrei anche la copertina de “La Settimana Enigmistica”, quella col cruciverba principale, perché mio papà è un fervido lettore di quella rivista: non se ne perde mai un numero!

Last but not least, desidererei un bel portrait di Angela Fletcher, la mitica “Signora in Giallo” del telefilm omonimo.

Ha compiuto 94 anni lo scorso ottobre ed è sempre bella arzilla…
Una vera leggenda vivente, la cara vecchia Angela! Appena troverò la foto giusta, procederò subito a farmela tatuare. Ci aggiorniamo presto! (ride)

Giulia Diana, ph by Viviana Vitale, tattoo di Lucille Ninivaggi
Giulia Diana, ph by Viviana Vitale, tattoo di Lucille Ninivaggi

Ti vedo bella attiva, come tanti altri, su Instagram: che giudizio hai di quel social network?
Lo uso in maniera sana e quindi posto mie foto solo quando ho qualcosa da dire. Lo adopero per lavoro (Giulia, nella vita, è una event planner. NDR), ok, ma le mie sono principalmente “stories” fondate sull’amicizia.

I miei follower su Instagram sono tutti amici reali, non numeri raccattati da qualche server in giro per il mondo.

A volte racconto anche che vado a ballare caraibico con Angelo, un mio caro amico. Cose normali, insomma.

Giulia Diana
Giulia Diana

Tu sei vegana al 100%, ma i tuoi post non sono mai delle prediche quando tocchi quell’argomento: ti sei mai chiesta il perché?
Semplice: perché, come dici tu, non amo predicare o moralizzare il prossimo. Non otterrei alcun risultato a fare l’oltranzista vegan. Ho fatto questa scelta circa vent’anni fa, ma fino ai quindici andavo pazza anche io per la carne: non ti dico quanto mi piacesse la testa d’agnello arrosto… Crescendo ho preso consapevolezza del dolore che infliggiamo agli animali e mi sono detta: “basta!”. Anche se, dentro di me, so benissimo quanto sia buono il sapore di una bistecca.

Non ti limiti alla scelta del cibo, vero?
No. Sto attenta sia alle cose che indosso così come ai cosmetici che alla più banale carta di caramella. I tatuaggi, poi, non ne parliamo. Devono essere fatti tutti con inchiostri che non prevedano lo sfruttamento animale.

Giulia Diana, ph by Jacopo Ardolino
Giulia Diana, ph by Jacopo Ardolino

La musica ti piace? Col fidanzato che hai, azzardo, chissà quante discussioni in materia…
Guarda, ultimamente mi è successa questa cosa. Salgo in macchina e dalla radio parte una canzone famosa di Prince. Il Prince classico, diciamo. Quello che fino al 1994 faceva uscire di testa tutti i critici più seri ed esigenti di questa Terra…

Giulia Diana
Giulia Diana

Quello che era stimato perfino da Miles Davis.
Esattamente quel Prince… e a me non piace! Apriti cielo, non ti dico la litigata che è scoppiata tra di noi! (ride) Eppure io sono fatta così: devotissima alla musica italiana – anche quella attuale, tipo Brunori Sas o Giorgio Poi – perché devo capire quello che sto cantando. E sapessi quanto mi piace cantare…

Anche le canzoni eterne di Pino Daniele?
Beh, lui è stato un musicista importantissimo nella mia vita. Il mio primo concerto in assoluto fu Pino Daniele live alle Terme di Caracalla: avrò avuto sei/sette anni e rimasi come rapita dal suo show. Se mi tatuerò mai qualche sua lirica o frase di canzone? In tutta onestà, no. Pino preferisco averlo nell’anima, non “scolpito” sulla pelle.

Giulia Diana, ph by Jacopo Ardolino
Giulia Diana, ph by Jacopo Ardolino
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