Intervista esclusiva col protagonista, assieme alla moglie Wilma Helena Faissol, della serie tv “The Facchinettis”: un lungo e divertente viaggio nell’inchiostro.

Ciao Francesco e benvenuto sul blog ufficiale di Tattoo Life e Tattoo Italia.
Ciao a voi! Sono molto contento di prendere parte a questa intervista perché adoro parlare di tatuaggi, ma finora non mi era mai successo!… Rimedio subito.

La tua pagina di Wikipedia brulica di attività: cantante da hit parade, presentatore, showman, attore, doppiatore, imprenditore ecc. Come si inserisce la tattoo art in questo tuo intreccio di azioni?
Guarda, qui mi tocca partire da lontano: quand’ero ragazzino la migliore amica di mia mamma Rosaria era Loretta, vale a dire l’allora moglie di Dodi Battaglia, il chitarrista dei Pooh. Di conseguenza io ero molto amico con loro figlio Daniele e ho vissuto la mia adolescenza tra Bergamo, la Brianza e Bologna. E nella città felsinea, in quegli anni, ne capitavano davvero di tutti i colori…

Wilma e Francesco Facchinetti
Wilma e Francesco Facchinetti

Era la Bologna anni ’80 di artisti come Marco Leoni e Marco Pisa: una delle capitali del tattoo made in Italy.
Esatto. Mia mamma, tra l’altro, era amica di entrambi i Marco mentre Daniele e io passavamo interi sabati nel famoso piazzale bolognese frequentato dai veri punk della città. C’era Willy che a quei tempi era già tutto tatuato in faccia; Frank che portava un paio di ali da pipistrello attaccate sul retro del giubbotto; gli stessi Leoni e Pisa più altri che ora non ti sto a dire.

Insomma, vivevo in mezzo a questa commistione umana che era formata sia da tatuatori leggendari che da tatuati belli tosti. E quella, per me, era la vera normalità.

Quelli erano anche anni in cui l’integrità restava un punto fermo della scena: confermi?
Già. I tatuatori quotati erano pochi e rispettatissimi. E quando vedevano un pischello tutto esaltato per le loro creazioni, come prima cosa gli davano un bel calcio nel sedere! (ride) In quell’Italia, a cavallo tra anni ’80 e ’90, te lo dovevi davvero guadagnare un tatuaggio. Era come richiesta una certa fedeltà alla causa…

Il primo tattoo tu come te lo sei “guadagnato”?
Nella maniera più underground possibile! (ride) Accadde in uno scantinato di Monza e avrò avuto sì e no quattordici anni. Ora non stare a chiedermi il nome del tatuatore perché l’ho completamente rimosso. La molla, però, me la ricordo bene: fu per “colpa” di Mike Vallely!

Wilma e Francesco Facchinetti
Wilma e Francesco Facchinetti

Intendi lo skater americano che ha recitato anche in “Una Notte da Leoni”?
Proprio lui! All’epoca sentivo tanto punk e Vallely era un mio mito indiscusso. Sai, Mike aveva questo sole tribale tatuato sul gomito sinistro e io ne volevo uno uguale e identico al suo. Dunque un bel giorno mi reco in questa cantina monzese poco raccomandabile e al primo colpo di macchinetta mi sembra di svenire! (ride) Chiedo un po’ di acqua e zucchero, mi riprendo e porto a termine quella specie di tortura.

Non mi sembri uno che desiste alla prima avversità…
Già. Per rincarare la dose il secondo tattoo decido di farmelo sulle costole e anche lì vedo le stelle! Poco male: ormai ero dentro a questa cultura e da lì non mi sono mai più fermato.

Cosa ti manca di quei tempi “eroici”?
Sai, all’epoca ci si tatuava tutti, ma, per rispetto, ci si fermava al polso. Perché quella del tatuaggio era una cosa che doveva riguardare solo te. Ora invece va di moda il motto “più visibile è, meglio è”: mani, collo, volto e via dicendo. Si sono totalmente ribaltati i ruoli.

Io sono tatuato un po’ ovunque – braccia, petto, gambe – ma sfido chiunque ad accorgersene quando sono vestito di tutto punto.

Per forza, appartengo da sempre al partito dei tattoo “interni”… (sorride)

Nella foto-stampa dei “The Facchinettis”, però, appari a petto nudo, abbracciato a tua moglie Wilma e con i tatuaggi bene in vista. Non dico che ti piaccia ostentarli, ma neanche nasconderli…
Scherzi? Io sono un fanatico dei tattoo, sia che essi rechino un messaggio profondo o che siano semplici pezzi da “cazzaro”. Questa passione va avanti da così tanto tempo che neanche mi ricordo più di com’era la mia pelle in origine. Ecco perché non mi sono mai fatto problemi di occultamento o di ostentazione dell’inchiostro.

La mia pelle ormai è questa: prendere o lasciare.

The Facchinettis
The Facchinettis

Dopo Bologna scopri la scena milanese del tatuaggio, vero?
Sì. E anche lì giù ceffoni prima di essere accettato! (ride)

Racconta, racconta….
Sai, a Milano avevano appena aperto i primi tattoo shop su strada, intendo quelli storici di “Paolino” (Paolo Caraffa. NDR) e “Danielino” (Daniele Carlotti. NDR). Un giorno incontro Paolo che indossa un bel fez modello Madness, il gruppo ska inglese. Sopra c’è scritto “Rude Boy” e io inizio a menarla a Caraffa: “Dai Paolino, tatuami quella scritta fighissima!”. E lui mi tira subito una sberla dicendomi: “Ma sei scemo? Sei il figlio di uno dei Pooh! Mi spieghi perché dovresti tatuarti le parole Rude Boy?”.

Da allora siamo diventati grandi amici e lui è uno dei miei pochi tatuatori di fiducia.

Forse “Paolino” non aveva capito che a te, con l’inchiostro, piace anche giocare…
Sì, difatti ho un tatto dedicato a J-Ax e un altro in onore di Marcelo Brozovic, il centrocampista dell’Inter. Sono scelte così, leggere, che fanno parte della mia filosofia di vita. Quello di Brozo, tra l’altro, è l’ultimo tattoo che mi sono fatto in ordine di tempo. Roba di tre anni fa.

Tre anni di “astinenza” dalla macchinetta ad aghi? Uno come te? Incredibile!
Il fatto è che a mia moglie i tatuaggi non piacciono granché… (sorride) E poi mettici anche la soglia di sopportazione del dolore che, nel mio caso, è notevolmente calata. Una volta mi sdraiavo sulla poltrona del tatuatore e andavo avanti anche per nove ore di fila! Ora se arrivo a due è già un bel record…

Ti manca un bel back piece sulla schiena?
Eh, bella domanda. Sì, sulla schiena vorrei farmi qualcosa di Giapponese, ma non la solita carpa o drago orientale. Andrei volentieri su di un soggetto classico, stile Yakuza, ma con un feeling più moderno. Sai, idee strampalate me ne vengono di continuo, ma sono cose che nascono e muoiono nel giro di un secondo. Ad un back piece, invece, ci penso intensamente da anni.

Chi sono attualmente i tuoi tatuatori preferiti? So che tra questi ci sono i ragazzi del “Diamond Tattoo” di Monza…
Sì, lì ci lavora Luca Arancio, uno venuto su alla scuola di “Hulk” (al secolo Roberto Terzi, il proprietario dello stesso “Diamond Tattoo”. NDR), e con lui vorrei combinare qualcosa, prima o poi. Tra i miei crucci, invece, ho quello di non essermi mai fatto tatuare da leggende come Claudio Pittan, Hanky Panky, Mister Cartoon (che ho appena ammirato su Netflix nel documentario “LA Originals”) e il grande Filip Leu. Filip, in particolare, mi duole non averlo mai conosciuto visto che i suoi pezzi sono unici oltreché spettacolari…

Come mai non ti sei mai messo in lista d’attesa con Leu?
Perché per me andare dal tatuatore è un po’ come incontrare lo psicologo. Devo respirare quell’aria di casa dove si può parlare liberamente di tutto. Tant’è che, dopo aver familiarizzato con Paolino e Danielino, alla fine sono andato da loro per dieci anni di fila…

Parliamo dei tuoi pezzi. Sul tuo petto spicca l’occhio della conoscenza e appena sotto un elicottero Boeing AH-64 Apache: un bel contrasto, non c’è che dire…
Intanto ti ringrazio per averlo chiamato “occhio della conoscenza” e non averlo scambiato per un emblema massonico come fanno tutti! Quel tattoo è una sorta di sguardo verso l’infinito e simboleggia la mia parte più pura. Quella rivolta ai miei figli.

Sotto c’è l’elicottero Apache perché in questa vita, fatta di alti e bassi, bisogna lottare per tante cose.

Soprattutto in questi mesi in cui ci tocca combattere con un virus…
Esatto, siamo in guerra con il Covid-19 e quindi ben venga la parte pratica dell’Apache bilanciata dalla morale del terzo occhio. Per vivere, d’altronde, ci vuole equilibrio. Il mio mantra è: sii buono con tutti, ma ricordati che alla fine sei qui per proteggere la tua famiglia.

Questa tua visione etica ritorna in quel San Francesco a mani giunte che ti sei tatuato sul fianco sinistro?
Sì, esattamente come mio papà, resto una persona molto credente. Il mio rapporto con Dio è sempre stato senza filtri e non l’ho mai tenuto nascosto, neanche in un ambiente come quello dello spettacolo o della televisione.

La Fede e determinati tattoo religiosi mi servono per scindere tra il bene e il male. Per capire quale sia la cosa giusta da fare.

Poi, vabbè, magari uno non la fa comunque ‘sta cosa giusta, ma perlomeno ci sono le buone intenzioni… (sorride)

Sulla coscia sinistra hai il logo storico dei Pooh. Il figlio di Paul McCartney, probabilmente, il logo dei Beatles non se lo tatuerà mai; Francesco Facchinetti, invece, quello della band di suo papà se l’è tatuato eccome…
Wow, bella questa analogia! Ti giuro che non ci avevo mai pensato… (riflette) Ok, mettiamola così: credo che la mia più grande fortuna sia sempre stata quella di non aver mai avuto dei seri conflitti con la mia condizione familiare. Non ho mai vissuto male questa faccenda del “figlio d’arte”. Mio padre, d’altronde, l’ho sempre visto come una rockstar, come uno che, lavorando e suonando, contemporaneamente faceva la storia…

Avete anche collaborato assieme, in passato.
Sì. E se domani mi chiedesse di andare in tour con lui, mollerei tutto pur di raggiungerlo. Questo è anche uno dei motivi per cui mio fratello e io ci siamo fatti fare quel tattoo da Danielino.

Prendilo come un atto d’amore e di stima verso un certo Roby Facchinetti.

A questo punto te lo devo pur chiedere: il tuo disco preferito dei Pooh?
Sul podio, lassù in alto, metto sempre “Parsifal” e “Il Colore dei Pensieri”. Però la fase della band che amo di più è quella avvenuta a cavallo tra gli anni ’70 e i primi ’80.

The Facchinettis, Wilma e Francesco
The Facchinettis, Wilma e Francesco

Quella documentata sull’album dal vivo “Palasport”?
Yeah! Sai, in ogni singola canzone di quel disco c’è un assolo di almeno un minuto e questo vuol dire una cosa sola: che i Pooh sono stati una grandissima live band! Ai tempi di “Palasport”, poi, è avvenuto il cosiddetto “scavallamento” del gruppo. Ovvero quando i Pooh hanno cominciato a fare la rivoluzione in Italia tra tecnologia, suoni da paura, laser, concerti negli stadi e tanta, tantissima energia!

La stessa energia che avverto in te alla vigilia dei tuoi primi quarant’anni. Che, per la cronaca, compirai il prossimo 2 maggio. In un periodo storico che, in fin dei conti, è quello che è…
Sono sempre stato fatalista nella vita, ma questa cosa che farò quarant’anni nel bel mezzo di una pandemia globale, beh, non può lasciarmi indifferente. Già si dice che un uomo rinasca a quarant’anni, ma nel mio caso dovrò essere ancora più profondo e responsabile nei confronti di un mondo che non sarà più quello di prima.

Una curiosità: la serie “The Facchinettis” avete finito di girarla prima dello scoppio in Italia del Coronavirus?
In realtà è una produzione recentissima, l’abbiamo cominciata a registrare ai primi di febbraio e in qualche puntata, sì, toccheremo anche la stretta attualità del contagio.

Tratterai anche il tema dei tatuaggi?
No, quello no. Eppure, a livello di comicità, sarebbe stato divertente visto che mia moglie Wilma proviene da una famiglia dell’alta borghesia brasiliana e, per fartela breve, vede ancora i tatuaggi come feticci da avanzo di galera! (ride)

E tu come reagisci?
Mi consolo con le parole di mio suocero che una volta mi ha detto: “Francesco, con tutti quei tattoo sembri una vecchia automobile piena di adesivi!”. Una metafora efficace, vero? A me, comunque, è sembrato un bel complimento…

“The Facchinettis”, la serie televisiva con protagonista la famiglia più social d’Italia, è disponibile dallo scorso 12 aprile per gli abbonati Dplay Plus sulla piattaforma streaming Discovery.