Intervista senza barriere (e ricca di aneddoti) con l’ex beatmaker dei Club Dogo tornato con il suo nuovo singolo “Spaccato” featuring Madame e Dani Faiv.

Benvenuto, Joe! Svelami subito una cosa: ti senti a tuo agio con le interviste incentrate su inchiostro e tattoo art?
Io non ho alcun problema; semmai è il giornalismo italiano che non è avvezzo a cose del genere, limitandosi spesso a idolatrare il personaggio musicale di turno e costringendolo di conseguenza a restare nel suo orticello. A me invece piace spaziare e toccare diversi argomenti, esattamente come racconto anche nel mio libro autobiografico, “Il Tocco di Mida”, uscito in libreria l’autunno scorso.

Ho letto da qualche parte che nella vita hai avuto un “periodo pazzo” coinciso all’incirca tra il 1992 e il 1999: è stato in quegli anni che hai scoperto i tatuaggi?
Assolutamente sì. Quella fu una fase magica, per me, anche se un po’ troppo sregolata: collaboravo con artisti quali Jovanotti ed Irene Lamedica (recuperate i suoi fantastici album “Dolce Intro” e “Soulsista” rispettivamente del 1997 e 1999. NDR) e, allo stesso tempo, cominciai a conoscere a fondo la tattoo art. In seguito me ne andai a New York, per studiare i producer americani e la scena dell’hip hop, e lì entrai ancora di più a contatto con la cultura dell’inchiostro.

Il punto di non ritorno, in senso positivo, quale fu?
Ovviamente gli anni coi Club Dogo dove mi riempii di tattoo soprattutto su braccia e petto.

Mi guardavo allo specchio e mi piacevo un sacco marchiato in quella maniera.

E poi le braccia sono un po’ lo strumento principale per chi deve girare dischi o badare ai beat in una crew… (sorride)

Tu cresci alle porte di Milano, nella fattispecie Bresso: c’era tattoo art in provincia in quegli anni ’90?
Ce n’era eccome! Anche perché in quei paesi dell’hinterland milanese era praticamente impossibile non fare vita sociale promiscua. Andavi al bar principale di Bresso e ci incontravi di tutto: dal cinquantenne precisino che lavorava in banca al biker tutto tatuato e molto poco raccomandabile.

All’epoca c’era ancora l’usanza di inquadrare il tatuaggio come una cosa da “delinquenti” e io ne ero pressoché elettrizzato.

Il primo tattoo di Don Joe esattamente quando venne alla luce?
Nel 1994 a Roma. In un piccolo studio di un tatuatore di cui ora non ricordo più il nome. Mi feci tatuare sulla pancia questo lettering enorme – “Don Joevanni” – che era il mio soprannome quando giravo in tournée con Lorenzo (Jovanotti. NDR). Me lo sconsigliarono tutti, ma io non ci pensai due volte e non ti dico il dolore che provai quel giorno! (ride) Vai a capire: forse volevo assomigliare a 2Pac che aveva il suo famoso “Thug Life” impresso sullo stomaco….

Don Joe
Don Joe

Sul braccio sinistro sfoggi una “Battle Royale” che non si presta a troppe spiegazioni criptiche: un cane dogo a tre teste alle prese con dei serpenti velenosi che lo attaccano…
Beh, comincio col dirti che non rinnego nulla del mio inchiostro tant’è che ogni mio singolo tatuaggio andava fatto esattamente così com’è. Quella “battle” è un pezzo fighissimo perché racconta un periodo ben preciso della storia dei Dogo: quando lottavamo giorno e notte contro malignità, infamie e detrattori del nostro stile. Ricordo che lo feci al “Best of Times”, in studio da Stizzo, giusto qualche giorno prima di girare il video di “D.O.G.O.”. Bei tempi.

Stizzo è il tuo tatuatore preferito?
Stizzo è Milano per quel che riguarda la tattoo art, punto. Una bellissima persona e un grande artista tant’è che il 99% dei miei tatuaggi me li ha fatti lui o qualche suo collaboratore al “Best of Times”.

E quel 1% rimasto?
Ho un pesce Marlin tatuato sul lembo di pelle tra pollice e indice e quello l’ha realizzato Ben Grillo! Un altra leggenda, stavolta californiana, che non ha bisogno di presentazioni.

Parlami del lettering “Mi Fist” sovrastato da un Duomo old school che hai sul braccio destro. Immagino che quello in particolare non sia un tatuaggio come tutti gli altri…
Sì, me lo fece Alex Psycho, sempre al “Best of Times”, anni dopo che uscì quel disco. Un album importante, unico, che mise i Club Dogo sulla mappa del rap italiano.

Quel tattoo, invece, raggruppa tanti simboli in uno: l’amore per “Mi Fist”, per l’hip hop e per la città di Milano che ultimamente se la sta vedendo brutta.

Non ce l’hanno in molti, quel pezzo d’inchiostro, ma se ce l’hai è indubbio che fai parte della “famiglia”.

La famiglia è molto presente sulla tua pelle.
Sul braccio sinistro ho un cuore colorato arricchito da tre stelline. Quando lo realizzai la mia famiglia reale era composta da tre persone e anche i Dogo, in fin dei conti, siamo sempre stati io, Gué e Jake. E poi, come dicono bene i De La Soul, three is a magic number, no? (sorride)

Domanda noiosa, ma mi tocca: quando tornano i Club Dogo, Joe?
Non so risponderti. Noi, d’altronde, non abbiamo mai smesso di fare musica assieme, perfino ora che abbiamo le nostre rispettive carriere soliste. A volte c’era Jake (La Furia. NDR) in studio e Gué (Pequeno. NDR) non poteva; oppure c’ero io a collaborare ai dischi degli stessi Gué o Jake e via dicendo.

Fare musica tra di noi resta una cosa semplice. Al massimo è il business che è cambiato e si è complicato parecchio in questi ultimi anni.

Cosa intendi?
Che magari l’idea di fare qualcosa assieme ogni tanto ci viene pure, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo… il business! E ti sto parlando di dinamiche, sfaccettature, manager, etichette differenti ecc.

L’importante, per i Club Dogo, è che sopravviva l’amicizia.

Al massimo può sempre sparire dalla faccia della Terra quel giornalismo sensazionalista che spende il suo tempo ad analizzare i like su Instagram o qualche mezza frase su Twitter. Tra di noi, al momento, c’è solo serenità.

Mi parli di quella divinità Hindu che hai sul braccio destro?
Si chiama Sarasvati ed è la protettrice di noi artisti. Che, per inciso, non siamo quei privilegiati a cui tutto è dovuto, ma dei lavoratori seri che lottano, come qualsiasi altra persona, per i propri diritti. Ci vuole tanta dedizione e passione per fare musica, nel 2020 così come negli anni ’90. Oggi, a maggior ragione, tutto deve andare esattamente nel verso giusto per quel che riguarda il già citato business.

Quindi ben venga un soggetto scaramantico come Sarasvati o il gobbo napoletano che ho tatuato sempre da quelle parti.

Sul braccio sinistro hai i tasti bianchi e neri di un pianoforte che io vorrei leggere anche come un tributo al sintetizzatore. Uno strumento che ha sempre contraddistinto il tuo sound…
Già. Io vengo da una generazione di produttori, sia statunitensi che italiani, in cui si usava solo ed esclusivamente il campionatore. Il synth, ad inizio millennio, era ancora visto come una roba legata agli anni ’80 o che al massimo poteva andare bene per fare sonorità techno. Ok, ma perché limitarsi a quello? Così, circa vent’anni fa, ho unito la cultura del sample e dei campionamenti all’uso del sintetizzatore ed è venuto fuori il sound carico e insidioso dei Club Dogo. E di conseguenza anche quello di Don Joe.

Quel lettering – “Mida’s Touch” – che hai su entrambe le braccia (“Mida’s” sul destro e “Touch” sul sinistro) è auto-ironico oppure…?
Questo dovresti chiederlo a tutti quei fan, ma anche parecchi giornalisti, che col tempo hanno cominciato a chiamarmi così: Mida. Alla lunga ci ho creduto anche io e mi sono fatto quel tattoo che, per la cronaca, sfoggerò da circa dieci anni. Quindi, in definitiva, è stato quel lettering a fornirmi il titolo della mia autobiografia (“Il Tocco di Mida” uscita per Mondadori. NDR) e non viceversa.

Don Joe, copertina libro
Don Joe, copertina libro

Mida, mitologico re della Frigia, tramutava in oro tutto ciò che toccava…
Ed io ho parecchi dischi di quel metallo appesi alla mia parete! (ridacchia) Non è auto-celebrazione, la mia, ma un semplice dato di fatto.

Quel lettering è attinente alla mia vicenda di producer di successo ed io ci sono molto affezionato.

Avrei un’ultima domanda per te. Un po’ personale…
Chiedimi pure tutto ciò che vuoi.

So che hai sofferto di diabete in passato e tuttora ci vai dietro, curandoti e conducendo una vita pressoché normale. Questa malattia ha mai condizionato il tuo amore verso la tattoo art? Ti ha in qualche maniera limitato?
Fortunatamente no, perché io sono un tipo che sanguina poco. Mi sono tatuato, da diabetico, e la cosa non mi ha mai creato particolari problemi. Però hai fatto bene a domandarmelo visto che tale patologia cambia da caso a caso. Dunque il mio unico consiglio è: occhio ragazzi, se soffrite di diabete, fate molta attenzione. Parlatene sempre con il vostro medico e con il tatuatore di fiducia.