Intervista a uno degli speaker più amati di Virgin Radio che, nel suo curriculum, ha anche parecchie convention condotte con passione e competenza.

Andrea, oltre che un amante dei tatuaggi, sei anche un bel po’ di altre cose: uno speaker radiofonico per Virgin Radio, un musicista solista, componente di diverse band (Andead e Punk Goes Acoustic su tutte) un DJ, un presentatore di tattoo convention ecc. Resti uno dei pochi, insomma, che è riuscito a tramutare le sue passioni in un lavoro vero e proprio. Qual è il segreto?
Beh, non vorrei cantarmela e suonarmela da solo, ma credo faccia tutto parte di un giusto mix tra attitudine, ricerca e, come dicevi tu, enorme passione. E quando parlo di “ricerca” mi riferisco all’esplorare gli angoli più bui di certe realtà italiane, come il punk o la tattoo art che, all’epoca dei miei esordi, erano ancora piuttosto underground.

Fammi capire meglio…
Io mi sono limitato ad aggiungere informazioni a qualcosa di cui, nel nostro Paese, si parlava poco (e male) piuttosto che andare a competere nel già ampiamente dibattuto.

Se c’è un segreto credo che sia proprio questo: portare a galla quello in cui credi e non limitarsi a fare il compitino.

Più facile a dirsi che a farsi. A proposito: come sei diventato il presentatore ufficiale di diverse convention italiane?
Parlavo bene l’inglese, prediligevo il lato “underdog” della vita – sai, tra mainstream e sottoculture il mio cuore ha sempre battuto per queste ultime – ed ero un grande cultore della tattoo art. Eppure, se non fosse stato per l’aiuto essenziale di Miki Vialetto, oggi probabilmente non girerei l’Italia respirando appieno l’evoluzione del tatuaggio.

Andrea Rock

Ricordi i tuoi esordi?
Sarà stato il 2006 o il 2007 – perdonami, ma la mia memoria inizia ormai a vacillare – e Miki mi propose di presentare la Milano Tattoo Convention organizzata al Quark Hotel di via Lampedusa.

Dentro di me sentii subito un senso di grande responsabilità, ma dissi sì senza pensarci due volte.

In fondo Milano è la città dove sono nato e cresciuto, anche professionalmente, e quindi un po’ di apprensione nel mio intimo c’era; ma, anche in quel caso, subentrò l’attitudine.

Andrea Rock

E non ti sei limitato a fare il compitino…
Esatto! Ora come allora io nelle convention voglio vedere dal vivo l’evoluzione di certi artisti che stimo. Porre domande. Scoprire, anno dopo anno, in cosa sono migliorati. Se no cosa ci vado a fare?

Veniamo al quesito clou: cosa manca alle tattoo convention odierne e in cosa sono invece migliorate in questi ultimi quindici anni?
Quello che è venuto a mancare è decisamente l’esclusività di tali eventi. Ai tempi delle prime, gloriose convention milanesi o romane, tornavi a casa e ti segnavi già sull’agenda le date dell’anno successivo, giusto per non rischiare di perdertele! (ride) Oggi, al contrario, siamo arrivati al punto che ci sono più tattoo convention che weekend dell’anno solare Il rischio della saturazione c’è.

E per quanto riguarda le migliorie?
Innanzitutto la consapevolezza di certe qualità artistiche. Nel 2019, grazie a Instagram, sai già in partenza con quale tatuatore andrai ad interfacciarti durante i giorni convulsi della convention. Prima, invece, era tutto leggermente più ambiguo e complicato…

Ovvero?
Magari vedevi una bella foto di un tatuaggio pubblicata su Tattoo Life e scoprivi che l’autore, tedesco o americano che fosse, te lo saresti ritrovato qualche mese dopo in quella determinata convention. A quel punto ti scattava la febbre: lo contattatavi, per telefono o via mail, ma non sapevi mai con precisione a cosa saresti andato incontro.

In fondo il tuo unico punto di riferimento era una singola foto intercettata su di una rivista. Era tutto, per così dire, così romantico…

Sei mai incappato in brutte sorprese?
Fortunatamente no, ma c’è una ragione ben precisa. Io mi ritengo un privilegiato visto che il mio primo tatuaggio in assoluto me lo fece un certo Mino Spadaccini. Poi, grazie ai nostri rispettivi background musicali, è nata l’amicizia/collaborazione con Stizzo che reputo uno dei migliori tatuatori europei per quanto riguarda lo stile Traditional. Insomma, di meglio non mi poteva capitare!

Mi racconti un aneddoto divertente che ti è capitato durante la tre giorni di una convention? Immagino che ne avrai a decine.
Più che divertente, direi tragico… (sorride) Sarà stata la Milano Tattoo Convention del 2009 o 2010 – maledetta memoria, sempre lei! – e stavo presentando la premiazione del “Miglior Tatuaggio Realistico”. Vince una ragazza con un bellissimo portrait dedicato a Billie Joe Armstrong, il cantante dei Green Day. A quel punto le faccio una breve intervista sul palco, le dico di citarmi i suoi pezzi preferiti degli stessi Green Day e lei, candidamente, non ne conosceva neanche uno! Ci sono rimasto di sasso.

E l’emozione più forte vissuta nell’ambiente delle convention?
Fammi pensare. Una volta ero con Vincent Zattera e ho trattenuto il respiro vedendolo lavorare col colore. Semplicemente bravissimo. Un altro che mi è rimasto impresso è stato il sudafricano Jay Freestyle, ma se proprio ti devo citare un nome su tutti ti direi il nostro beneamato Gian Maurizio Fercioni.

Andrea Rock

Hai suoi pezzi sulla tua pelle?
Sì, certamente. Farsi tatuare da Fercioni resta un’esperienza indescrivibile. Non tanto per il lavoro in sé (a tatuarti ci metterà massimo una mezz’ora e senza neppure fare ricorso alla carta velina) ma per i racconti con cui ti arricchisce ogni volta.

Tipo?
Beh, hai presente quando Gian Maurizio si tatuava nei porti più malfamati d’Europa e, a fine seduta, si faceva orinare addosso dal tatuatore di turno affinché il pezzo si disinfettasse? Ecco, lui ti racconta queste cose qui con una naturalezza invidiabile. Salvo poi aggiungere con la sua inconfondibile cadenza: “E se avevi fegato, la volta dopo eri tu che lo tatuavi e orinavi su di lui!”. Come non amarlo?

Un tuo sogno nel cassetto, sia da cultore della tattoo art che da “comunicatore”?
Farmi tatuare un giorno dal grande Frank Carter (ex leader dei Gallows e attualmente a capo dei suoi Rattlesnakes. NDR) mentre conduco io un’intervista! Ci sono andato vicino più volte ma lui, stando sempre in tour, non era mai disponibile. Lo capisco perfettamente. Magari prima o poi accadrà.

Andrea Rock

Svelami i nomi dei musicisti che hai intervistato in radio e che magari si sono presi bene quando il discorso è scivolato sui tatuaggi. Ce ne saranno stati, no?
Facile. I Biffy Clyro, una volta, mi hanno fatto spogliare in diretta per vedere di persona il mio full back Traditional: meno male che, in quel caso, non c’era la web-cam accesa! (ride)

Io sapevo di quella volta che ti venne a trovare la compianta Dolores O’ Riordan…
Sì, la cantante dei Cranberries voleva vedere i miei tattoo sulle gambe e quindi, sempre durante una diretta radiofonica, mi sono levato i jeans e sono rimasto in boxer di fronte a lei! E pensa che in quell’occasione c’era pure il marito che la stava accompagnando…

Lasciami dire che tutto ciò ti fa onore. Non penso sia facile parlare approfonditamente di tattoo art su una radio così popolare e serrata nei tempi come è la stessa Virgin…
Credo dipenda dal fatto che io le domande ovvie – quelle sul nuovo disco in uscita e sul tour italiano in arrivo – me le levo all’istante. In maniera tale che poi possa parlare più a fondo delle mie altre passioni: cultura nerd, sport americani e ovviamente tatuaggi.

Andrea Rock

Che idea ti sei fatto sulla trap?
Come linguaggio musicale non mi dispiace perché ha portato una spaccatura tra ragazzini e ascoltatori quarantenni. Esattamente come fecero, a fine anni ’70, prima il punk e poi l’hardcore o certe musiche elettroniche negli anni ‘90.

Certo, se mi parli di tatuaggi sulla faccia ho un po’ di riserve visto che non penso che il peso sociale sia lo stesso.

Una cosa è farsi tatuare sul viso come risultante di un contrasto accentuato (magari sei stato in galera oppure appartieni ad una gang), un altro è farlo se hai una canzone che va forte su Spotify…

E dei cosiddetti tatuaggi “estemporanei” che mi dici? Anche essi sono un simbolo di una certa trap forse più edonista e superficiale…
Mai fatto uno. Sono fiero di appartenere alla “vecchia scuola” visto che, per me, un buon tatuaggio richiede sempre una certa spesa in denaro e svariate ore in compagnia del tatuatore. Lo vedo ancora come un simbolo che mi porterò appresso tutta la vita. E poi farmi tatuare in cinque minuti un Mickey Mouse stilizzato non credo abbia tutto quel gran “messaggio”…

Andrea Rock
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