Pepe: Giapponese Universale

Ciao Pepe! Lavori ormai da tanti anni a Viareggio, ma sei originario di Bergamo, giusto? Vorresti raccontarci i tuoi primi passi nel mondo del tatuaggio?
Certo! La mia storia è abbastanza ordinaria e comune a molte persone che hanno scelto di fare questo lavoro. Terzogenito di una famiglia borghese, sono nato e cresciuto a Treviglio, nella bassa bergamasca. Ho trascorso la mia infanzia nella monotonia della provincia lombarda, alternata a periodi di villeggiatura nella Versilia degli anni ’80. Proprio durante uno di questi soggiorni a Viareggio, ho avuto modo di entrare in contatto per la prima volta con il mondo del tatuaggio. Attraverso i marinai e le loro storie e grazie alle sottoculture giovanili che da noi, nella provincia padana, ancora faticavano ad arrivare. Ho iniziato a tatuare quasi per gioco, a mano, con un tappo di sughero, durante gli anni del liceo artistico. Solo successivamente, terminati gli studi, nel lontano 1996, ho trovato lavoro come apprendista tatuatore da Corrado, presso lo “Skin Fantasies” di Verdello (ora a Bergamo). Nel 2002, sentendomi orami pronto al grande passo, ho deciso di trasferirmi in pianta stabile a Viareggio e aprire il primo “Pepe Tattooing” a due passi dal mare e dalla passeggiata. Nel 2008 ho fondato, con il mio primo allievo e collaboratore, il “Pepe e Zuno Electric Tattooing” e nel 2016, a pochi civici di distanza il nuovo “Electric Tattooing Viareggio” di cui sono unico proprietario e fondatore.

Chi sono stati i tuoi maestri e la tua maggiore fonte di ispirazione?
I miei maestri sono stati due. Anche se in modo diverso, entrambi hanno avuto un ruolo di primo piano nella mia formazione: Corrado dello “Skin Fantasies” e Giancarlo Oneto aka Horigianca. Al primo devo l’accesso a questo mondo, i rudimenti tecnici di quest’arte e l’imprinting. Al secondo devo la mia formazione estetica e critica: i primi viaggi in Giappone, la costruzione della mia biblioteca personale, la conoscenza dei grandi maestri come Horiyoshi III, Alex Binnie, Paulo Sulu’ape, Gian Maurizio Fercioni e molti altri ancora. Devo loro moltissimo e a entrambi va il mio tributo di riconoscenza e rispetto.

Sei stato tatuato da grandissimi artisti quali Horiyoshi III, Mick di Zurigo, Alex Binnie, Horigianca, Hanky Panky. Hai voluto solo il meglio, come se avessi cercato solo le esperienze più vere e autentiche. Ce ne vuoi parlare?
I miei tatuaggi rappresentano il mio percorso di tatuatore: ho conosciuto i grandi maestri e da loro mi sono fatto tatuare, perché questa era la porta d’accesso alla conoscenza in quegli anni. Non esistevano scuole, corsi, dvd, masterclass o quant’altro. Se volevi imparare quest’arte dovevi per forza di cose fare un’esperienza diretta, andare dai grandi e vivere l’esperienza sulla tua pelle (o sottopelle in questo caso): prendere un aereo, spendere i soldi e pagare quell’esperienza con “sangue e dolore”. Lo dico senza nostalgia per il passato, ma con un forte senso critico verso le nuove generazioni che si affacciano a questo mondo orami irriconoscibile.

E tu ti sei innamorato da subito dello stile giapponese? Come mai?
Sindrome di Stendhal. Non ho altre parole per definire quest’attrazione di natura quasi esclusivamente estetica. Durante gli anni del liceo artistico sapevo poco o nulla di tatuaggi, finché non mi è capitato tra le mani il libro Ransho: l’arte del tatuaggio giapponese, con le fotografie di Masato Sudo e i tatuaggi di Horiyoshi III, Horikin e tanti altri. È stata una folgorazione e ho deciso di tatuarmi la gamba in quello stile, recandomi da quello che allora era uno dei più esperti in Italia: Claudio Pittan, a Milano. È stato l’inizio di una grande avventura. Claudio mi ha mostrato per la prima volta le fotografie della schiena tatuata di quello che sarebbe divenuto uno dei miei maestri, da lì a pochi mesi: Horigianca stesso, tatuato da Horiyoshi III.

Tattoo by Pepe
Tattoo by Pepe

Il tuo stile infatti è molto legato all’Irezumi tradizionale, ma con uno sguardo al futuro e un approccio molto nuovo allo sfondo e all’uso del nero. Come ci sei arrivato?
Ti ripeto, il mio approccio è principalmente estetico. Pur essendo affascinato dalla cultura del Sol levante mi sono sempre sentito molto, forse troppo, distante dalle loro tradizioni. Questo anche se, ancor prima del mio amore per il tatuaggio, avevo già subito il fascino del Giappone attraverso i manga e il buddhismo Zen. Sono nato e cresciuto in Italia, ben radicato in questa cultura. Ho studiato e amato l’arte occidentale, dal Rinascimento fino alle avanguardie e non posso ignorare le mie origini. Trovo insuperabile l’equilibrio rappresentato nel tatuaggio tradizionale giapponese, ma non per questo mi sento obbligato a seguirne in modo ortodosso le regole. Mi piace forzare le strutture, esagerare nelle colorazioni o spegnerle completamente… incuriosire lo spettatore provocandolo. Non sarò mai un Horishi, anche se a volte giococon questo titolo con il nome di “Horichou”. Sono ben conscio di eseguire semplicemente dei tatuaggi moderni dal gusto giapponese, e non la vera essenza dell’Irezumi. Per quello consiglio di rivolgersi esclusivamente a dei maestri giapponesi: un vero horimono, a mio giudizio, andrebbe realizzato esclusivamente con la tecnica tebori, a mano, senza l’ausilio della macchinetta elettrica. Oltre ai maestri tradizionali il mio lavoro è influenzato da diversi tatuatori conteporanei, provenienti dalle latitudini più disparate: Gakkin dal Giappone, Johan Svahn dalla Svezia, Filip Leu dalla Svizzera, Rico e Ivan dal Brasile, Yorg dalla Grecia, Uigu Lee dalla Corea del sud, Adam Kitamoto dall’Australia, Rob Admiraal e Amar dall’Olanda e perché no, Claudio Pittan dall’Italia… Si può sempre continuare a definirlo tatuaggio (strettamente) giapponese?

I tuoi lavori sono molto spesso di grandi dimensioni: schiene, braccia intere, gambe o full body. Questi lavori comportano diverse sedute con lo stesso cliente e necessitano di un rapporto di fiducia tra cliente e tatuatore, molto diverso da quello dei lavori “one shot”. È così?
Il mio approccio al tatuaggio appartiene al mondo della Body Modifications. Pur senza denigrare i piccoli lavori (che per il cliente possono essere di vitale importanza, a prescindere dalla dimensione) a me interessa modificare in modo permanente l’aspetto di un corpo e trasformarlo in qualche cosa d’altro. Le mie radici di tatuatore affondano in libri quali “Modern Primitives” – la bibbia della body art edita per la ReSearch nel 1988 – nell’approccio al tatuaggio teorizzato da Alex Binnie e da tutta la squadra dell’ormai chiuso tempio del tatuaggio inglese “Into You” di Londra. Con i lavori di grandi dimensioni, inoltre, il rapporto con il cliente tende a essere esclusivo e di completa fiducia: la maggior parte dei contrasti o problemi riguardano solitamente i tatuaggi di piccole dimensioni o la scelta di certi dettagli e particolari. Chi si mette nelle tue mani per un progetto così ampio tende a lasciarsi andare e fidarsi ciecamente. La scelta del tauatore avviene solitamente a monte, dopo un lungo studio sullo stile e le caratteristiche del soggetto.

Quali soggetti dell’Irezumi preferisci tatuare e perché?
I grandi classici: eroi del folklore giapponese e del Suikoden, fiori e animali mitologici (draghi, carpe e cani Foo). In realtà, ad assorbire la maggior parte delle mie attenzioni è lo sfondo stesso. Bokashi e mikiri sono le due parole magiche: sfumature e bande. I soggetti sono un mero pretesto per esprimermi attraverso gli elementi naturali rappresentati nel fondale giapponese, ossia i quattro elementi occidentali: Acqua, Fuoco, Aria e Terra. A questo proposito ammiro molto Rob Admiraal, che arriva quasi a far scomparire i soggetti all’interno del suo lavoro: fiori piccolissimi immersi in infinite sfumature di grigio. Quasi a far diventare il tatuaggio giapponese una forma di astrattismo, della scuola di Klee, Mondrian, Malevic o Kandinski.

Ho avuto la fortuna di farmi tatuare da poco da te e ho notato una grande e nuova scintilla creativa. Voglia di sperimentare con gli aghi, con le macchinette, con gli sfondi e i colori. È successo qualcosa?
Sicuramente il nuovo negozio ha dato una nuova spinta al mio stile. Il nuovo “Electric Tattooing” è diventato quasi un collettivo di tatuatori, più che un negozio tradizionale. Ci siamo io, R.Headcheese e la Mari come artisti residenti, oltre che una fitta schiera di collaboratori fissi quali Rino Valente, Talia, G.M. Spanu, Capa, Chz, James Kalinda e guest artist come Massimo Gurnari, Santana, Rae Primo… solo per citarne alcuni. Ho deciso di aprire il nuovo negozio a stili più contemporanei, investendo su giovani Blackworkers e abbracciando una visione del tatuaggio più attuale, senza per questo dimenticare gli stili tradizionali, ovevro la somma trinità del tatuaggio: giapponese, tradizionale e tribale. Questo caleidoscopio di stili e artisti ha sicuramente influenzato il mio lavoro, nella tecnica come nell’estetica, aprendo la porta a collaborazioni e nuove visioni fino ad ora considerate “eretiche” per un tatuatore tradizionale della mia generazione.

C’è una direzione particolare verso cui vorresti portare i tuoi lavori?
Verso il nuovo, il moderno e il “mai visto prima”… Vorrei affrancarmi dalla tradizione dello stile giapponese, trovare finalmente una mia via e proiettare il mio lavoro verso una fusione ideale tra il Giappone e l’Occidente. Uno stile giapponese contemporaneo, universale, comprensibile e indossabile in tutto il mondo. Vorrei superare quel senso di imbarazzo che provo nell’appropriarmi di una cultura che non mi appartiene, un po’ come nel mondo del Jazz: con i conflitti interiori (e non) che vivono i musicisti bianchi suonando una musica prettamente nera.

La tua serie di acquerelli di Grandi Tatuatori del passato ha avuto grande successo.
Riesci ancora a dedicare tempo alla pittura? Hai in mente nuovi progetti?
Purtroppo no, ho temporaneamente smesso di dipingere e mi sono concesso un anno sabbatico. Tra il 2015 e il 2016 ho prodotto quasi 200 acquerelli. Avevo bisogno di recuperare le forze e l’ispirazione facendo dell’altro. Gli impegni con la gestione del nuovo negozio e la creazione della nuova squadra hanno inoltre assorbito la maggior parte delle mie energie durante quest’ultimo anno, lasciando ben poco spazio al tempo libero. Ho in mente comunque un seguito al progetto “Tattoo Portraits”. La vita è lunga e se il destino lo vorrà ne sentirete presto parlare. Sono un fatalista: ciò che deve accadere, accadrà.

Eccoci arrivati alla fine, vuoi dire qualcosa in particolare prima di salutarci?
Vorrei ringraziare te e tutta la redazione per questa intervista, l’ennesima che rilascio in oltre vent’anni di carriera, ma forse la più importante: nuove generazioni di tatuatori si sono avvicendate in tutto questo tempo e non è stato facile riuscire a crescere e rinnovarsi in un mondo in perenne cambiamento. Vorrei concludere con un aneddoto raccontato in un’intervista dal mio amico Lucky Bastard: Filip Leu un giorno gli chiese se fosse religioso… lui rispose che sì, lo era, perché il tatuaggio stesso era la sua religione. Più che una professione questa è una vocazione, sosteneva Joe Vegas, e solamente sulla lunga distanza si può giudicare il percorso di un tatuatore: gli stili cambiano ma i tatuaggi restano e quando si sceglie “IL” tatuaggio, lo si sceglie per tutta la vita.

Electric Tattooing
via Fratti 380 – Viareggio
www.electrictattooing.it
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