Omar Pedrini La mia estate tatuata (seconda parte)

Prosegue la nostra chiacchierata col rocker di Brescia: «Quando potrò nuovamente tatuarmi, correrò subito in studio da Nicolai Lilin e Pietro Sedda»

Clicca qui per la prima parte dell’intervista con Omar Pedrini.

Continuiamo a parlare dei tuoi tatuaggi: chi ti ha fatto quel Ganesh (il dio-elefante indiano) nella parte interna del tuo braccio destro?
Gary Winter che all’epoca era un tatuatore on the road. Fai conto che un giorno era in Italia, un altro in Irlanda: un vero e proprio nomade del tatuaggio. Il tutto avvenne a Riccione nell’estate del 1999 e vide coinvolti sia me che il maestro Enrico Ghedi, alias il tastierista dei Timoria. Poi nella band di tatuato c’era anche Diego (Galeri, il batterista. Ndr), ma in quel caso lui non fece parte dell’avventura.

Come andarono esattamente le cose?
Beh, Gary vide l’Ohm che sfoggiavo (e sfoggio) sul petto e, terminato il nostro concerto sulla spiaggia di Riccione, mi disse: “Hey, quello è anche il mio simbolo! Ti va se ti dono un tatuaggio a mano libera?”. Detto, fatto. Lui tatuò me e sua moglie il buon Enrico che si portò a casa un soggetto floreale sulla spalla. Il mio Ganesh, invece, mi diede qualche problemino in più visto che quella notte, a causa del sangue spurgato, ebbi le visioni deliranti e febbrili che mi portarono a scrivere il concept de ‘El Topo Grand Hotel’. Il secondo disco d’oro dei Timoria e quello che conteneva la nostra hit ‘Sole spento’.

Omar Pedrini, photo by Davide Samperi
Omar Pedrini, photo by Davide Samperi

So che sei un grande amante della poesia di Majakóvskij, Neruda e Ferlinghetti, giusto per citare i tuoi tre autori preferiti (Lawrence ha pure collaborato con te su ‘Desperation horse’). Cosa ne pensi dei lettering?
Ne ho solo uno: una lettera scritta da mia madre per il Santo Natale del 2007. Un tatuaggio molto doloroso e personale perché lei era già malata all’epoca e ci avrebbe lasciato appena una settimana più tardi, in coincidenza col Capodanno. Una volta tatuatomi quel suo ricordo ho deciso che altri lettering non sarebbero mai più apparsi sulla mia pelle. Sai, la poesia preferisco farla irradiare dai libri della mia collezione mentre mamma Daria, in questa maniera, sarà sempre assieme a me.

Posso chiederti chi te l’ha fatto?
Tommaso Buglioni, in arte Tom Tattoo di Ancona, un altro dei pionieri del tatuaggio italiano. Tom si è occupato anche del primo pezzo di mio figlio Pablo. E in quel caso indovina che soggetto ha scelto il mio figliolo? L’Ohm, alla maniera del papà. Prendila come una tradizione di famiglia. (sorride)

Veniamo al presente: nel primo singolo omonimo del tuo nuovo album ‘Come se non ci fosse un domani’ compare un’avvenente modella tatuata…
Sì, Zoe Cristofoli. Lei è una ragazza vera fino al midollo che solitamente frequenta l’Inkers Tattoo Studio di Eros Saviano, un artista della zona di Brescia. Zoe l’ho scelta per due motivi precisi: uno, appunto, per la sua purezza hardcore nei confronti di quest’arte (è tatuata perfino sul collo) e poi perché la conosco fin da quand’era bambina. E già allora era intrigata dall’inchiostro e ci faceva, a me e a suo fratello Elia, mille domande su questo o quel tatuaggio in particolare.

Omar and Zoe, da Facebook Omar Pedrini Official
Omar and Zoe, da Facebook Omar Pedrini Official

Citando il tuo ultimo disco: te lo immagini un “domani” per quanto riguarda la tua relazione con la tattoo art?
Ora come ora non posso più tatuarmi. E la cosa mi rode parecchio oltre a farmi soffrire come una bestia.

Come mai?
Dai tempi della mia ultima operazione chirurgica (ottobre 2014) i medici dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna – che qui vorrei nuovamente ringraziare – mi hanno impedito di ricorrere alla macchinetta ad aghi… onde evitare di ritrovarmi dissanguato! Si tratta di un problema collegato alla coagulazione del mio sangue che spero, prima o poi, si possa risolvere grazie ai progressi della medicina. E a quel punto, per festeggiare, tornerei di corsa in un tattoo shop…

Quale per l’esattezza?
Quello di Nicolai Lilin visto che lui, prima del mio intervento a cuore aperto, voleva farmi una madonna siberiana nella parte bassa della schiena. Ecco, quella madonna sarebbe stata un tributo a mia mamma Daria; e non sai quanto mi dispiaccia non essere riuscito a tatuarmela prima del mio “inconveniente”. Poi farei visita anche a Pietro Sedda nel suo parlour milanese. Ho letto di lui sul vostro magazine (Tattoo Life di luglio/agosto, Ndr), ho ammirato le sue opere ed adoro la sua filosofia nel concepire il tatuaggio.

Omar Pedrini, photo by Davide Samperi
Omar Pedrini, photo by Davide Samperi

So che dopo l’estate uscirà finalmente la tua prima autobiografia. Me ne vuoi parlare in anteprima?
Fai bene a chiedermelo. Si intitolerà ‘Cane sciolto’ (Chinaski Edizioni) ed è stata scritta da me in collaborazione con Federico Scarioni, un bravissimo autore di cui vi consiglio i suoi due primi romanzi ‘Il Dinosauro di Plastica’ e ‘Betsy’. In pratica io raccontavo e Federico metteva tutto per iscritto tramite un insieme di storie. Storie dove credo sia venuta fuori solo e soltanto la verità, dalla mia infanzia ad oggi passando ovviamente per i Timoria. E poi c’è quella foto di copertina…

Quella scattata da Gastel?
Esattamente quella! Se n’è occupato il grande Giovanni Gastel, un fotografo che non ha bisogno di presentazioni, ed immortala il mio unico tatuaggio non replicabile. Ovvero la vistosa cicatrice in mezzo al costato, souvenir della mia ultima visita in sala operatoria. Mi sono levato la maglietta e lui ha scattato: tutto qui.

Ti va se chiudiamo questa lunga intervista col famoso gioco della torre? In pratica hai tre tatuaggi a tua disposizione e ne puoi salvare solo uno gettando nel vuoto gli altri due…
Ok, speriamo che non si riveli una scelta dolorosa.

Ok, chi salvi tra il cavallo di Marco Lodola (quello che compare sulla copertina di ‘1999’ dei Timoria), il ritratto realistico di Maradona e il logo classico degli Who?
Ecco, lo sapevo che sarebbe arrivato il quesito impossibile! (ride) Mi spiace per Lodola e Diego Armando, ma salvo il logo degli Who: in fondo tutta la mia musica è stata influenzata da Pete Townshend e soci. Certo, però che anche Maradona, la mano de dios… (riflette)

Dubbioso, Omar?
Senti, non ce la faccio proprio a scegliere: tengo sia Dieguito che gli Who. E brindo a loro con un buon vino nobile!

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