Omar Pedrini: La mia estate tatuata (prima parte)

Intervista “senza tempo” (per citare una raccolta dei Timoria) col cantautore bresciano: «Rivendico il mio ruolo di pioniere del tatuaggio made in Italy»

Con Omar Pedrini forse ce la caviamo in quattro parole. Non perché lui sia sintetizzabile artisticamente e come essere umano, ma perché – al contrario – ha fatto tanto, tantissimo nella sua vita. Restando sempre quel “ragazzo tatuato di Birkenhead”, splendido sottotitolo del suo debutto solista realizzato la bellezza di ventuno anni fa. Quando la tattoo art era tutto fuorché mainstream.

Pedrini, dunque, è stato tante cose tutte assieme. In primis antesignano del rock cantato in italiano, quello che monopolizzava l’etere prima dell’avvento di tutti questi rapper indistinguibili. Ma anche pioniere del tatuaggio tricolore, come ci spiegherà lui stesso in questo bar refrigerato dall’aria condizionata mentre fuori impazza l’afa milanese.

E poi ancora leggenda per moltissimi ragazzi e ragazze ai tempi dei Timoria. Chitarrista generoso. Guerriero dalla salute complicata (diverse le operazioni chirurgiche a cuore aperto). Agitatore culturale. Enologo raffinato. Fan acceso degli Who ed amico di Freak Antoni (che celebra con fare romantico nel suo nuovo CD). Quanta vita, insomma, in quel nome preso in prestito da un certo Sivori.

Omar Pedrini, photo by Davide Samperi
Omar Pedrini, photo by Davide Samperi

Ed ora – da scafato cinquantenne – Pedrini ci consegna questo ‘Come se non ci fosse un domani’, suo quinto album solista oltreché genuino concentrato di tutte le sue passioni musicali e poetiche (vi hanno collaborato, tra gli altri, Noel Gallagher, Ian Anderson e Lawrence Ferlinghetti). Un disco fatto alla vecchia maniera. Facendo respirare le composizioni e lavorandoci con passione in studio. Un po’ come se si trattasse di un tatuaggio, frutto di ore scrupolose e ben spese. Esattamente come abbiamo fatto noi riannodando i fili dell’Omar-pensiero. Li trovate di seguito.

Mi sembra che il tuo rapporto con l’inchiostro cominci presto, molto presto.
Sì, ai tempi della scuola media io e il mio caro amico Nove (Daniele Novelli, scomparso prematuramente nel 2011, Ndr) decidiamo di farci un tatuaggio condiviso. E “tatuaggio” in questo caso è addirittura una parola grossa! (ride) In pratica lui mi scrisse ‘Nove’ sul mio braccio ed io replicai con ‘Omar’ sul suo. Lo facemmo col metodo in uso ad Urago Mella, il quartiere dove sono nato e cresciuto.

Una zona tosta.
Esatto. Dalle mie parti ci mettevi poco ad incontrare qualcuno che magari era già stato in prigione. L’amico del quartiere che la sapeva lunga e ti insegnava a tatuarti. C’erano questi tipi loschi che ti dicevano: “Ragazzi, procuratevi una biro ed uno spillo sterilizzato. L’inchiostro, invece, lo fate bruciando un lembo di materasso e mescolando poi la sua cenere”. A quei tempi, nei primissimi anni ’80, funzionava così; ed io e Nove non ci tirammo indietro. Non ti dico quanto mio padre si è incazzato quando ha visto quel mio primo sgorbio artigianale…

Ai tatuaggi “professionali”, invece, quando ci sei arrivato?
Eh, quella è una lunga storia e prima devo parlarti di Luca.

Omar Pedrini, photo by Davide Samperi
Omar Pedrini, photo by Davide Samperi

Luca chi?
Lui era un tatuatore in erba allievo di Gian Maurizio Fercioni: praticamente un attestato di qualità. Un pedigree. Per di più lavorava alla casa discografica Polygram, un altro segno del destino! (ridacchia) Comunque, siamo nel 1986 – l’anno di nascita dei Timoria che prima si chiamavano ancora Precious Time e cantavano in inglese – e Luca, una sera, mi invita a casa sua. C’è in ballo un tattoo. Alla fine mi fa questa testa di moicano, parecchio rozza e tutta a mano libera. Uno di quei pezzi che oggi si volterebbero in massa a guardarlo per via del suo essere vintage. Non sai quanto mi dispiaccia averlo fatto coprire. (sospira)

Da un tatuatore bresciano, giusto? Uno che citasti in una vecchia intervista del 1994 che ho scovato su YouTube (N.B.: vedi video sotto).
Sì, me lo coprì Lorenzo, un altro mio amico di lunga data. Renx, questo era il suo soprannome, è stato davvero l’antesignano dei tatuatori bresciani, il primo in assoluto della lista… A quei tempi – e ti sto parlando di metà anni ’80 – l’Italia era ancora ferma alla preistoria del tatuaggio: c’erano Lorenzo a Brescia, Fercioni a Milano, Marco Pisa a Bologna e davvero pochi altri. Se proprio volevi dell’inchiostro o ti rivolgevi a loro oppure ti caricavi lo zaino in spalla, come ho fatto io, e te ne andavi in trasferta a Londra o Amsterdam.

Cosa ti ha tatuato Lorenzo?
Sul braccio destro una chitarra alata (che nel frattempo si è completamente scolorita) e un soggetto traditional contenente il nome dei miei genitori. Sulla schiena diversi personaggi della Terra di Mezzo perché al liceo ero un tolkeniano di ferro e passavo intere giornate a leggere ‘Il Signore degli Anelli’. Infine sul braccio sinistro dei riferimenti orientali a cui mi ispirai per scrivere il concept su Joe che diede vita a ‘Viaggio senza Vento’, forse il disco più amato e conosciuto dei Timoria.

Omar Pedrini, photo by Davide Samperi
Omar Pedrini, photo by Davide Samperi

In quegli anni, per stare dietro alla tattoo art, viaggiavi anche per l’Europa.
Sì, con Renx andammo alla mitica convention di Ginevra del 1989 dove conobbi tutta la famiglia Leu al gran completo e da lì mi si è come svelato un mondo. Sai, il tatuaggio stava timidamente aprendosi alla società tant’è che qualche tempo dopo il mio amico Attilo Grilloni di Videomusic mi nota la chitarrina alata che avevo sul braccio e mi chiede di seguirlo ad un’altra convention: per l’esattezza, quella bolognese del 1993.

Lì ho incontrato Horiyoshi III e in un attimo ho capito di essere stato, a mia insaputa, una sorta di pioniere.

Cosa intendi per “pioniere”?
Guarda, secondo me è stato proprio a Bologna a cavallo tra il ’93 e il ’94, che il tatuaggio in questo Paese è diventato poco alla volta ciò che vediamo ancora oggi sulla pelle di chiunque: dalla signora bene al calciatore passando per il rocker, il muratore o l’uomo d’affari. Non mi prendere per snob, però… Non ho nessun problema se i giocatori di calcio della nostra serie A si tatuano in maniera così vistosa. Perlomeno, vedendo loro, mia figlia Emma non penserà che suo padre è un pazzo! (ride)

Insomma, ne fai una questione di “anzianità”. Di esperienza maturata sul campo.
Bravo. La cosa che rivendico è che io nella tatto art ci ho sempre creduto molto. L’ho studiata a fondo partendo dai marinai della Papuasia, passando per il traditional statunitense e arrivando fino ai siberiani descritti da Lilin. Non le ho mai mancato di rispetto anche quando negli anni ’80 si pensava, erroneamente, che i tatuaggi fossero solo dei simboli da galeotto. Ecco perché mi affibbio con orgoglio il titolo di pioniere. Esattamente come per il rock cantato in italiano, no? Ad inizio anni ’90 c’erano solo Litfiba e Timoria che mandavano certe canzoni in radio. Non me ne vengono in mente altri. Dopo ci sono finiti un po’ tutti…

Nicolai Lilin è un altro della tua cerchia di fedelissimi.
Di più: io e lui siamo uniti per la vita dato che Nicolai si è occupato dell’ultimo tatuaggio, in ordine di tempo, della mia collezione su pelle. Dopo non ne ho potuti più fare, ma di questo parleremo in seguito… In pratica un giorno è venuto da me, conoscendo la mia vicenda, e mi ha regalato questo (Omar mi mostra un tattoo composito sulla parte bassa del suo braccio destro, Ndr). Vedi, qui c’è un po’ racchiusa tutta la mia vita. La colomba (simbolo di purezza) trafitta al cuore che sottintende le mie varie operazioni cardiache; la corona visto che sono un nobile d’animo; la chiave perché sono sempre alla ricerca della conoscenza; il serpente che è il più antico dei simboli alchemici e poi la pica, ovvero l’arma che simboleggia la stessa Siberia. Da Lilin non puoi andare da semplice cliente e chiedergli di farti un determinato tatuaggio. Al massimo è lui che ti sceglie e decide per te. I veri artisti, d’altronde, agiscono così.

Poi te ne ha fatto anche un altro, se non sbaglio…
Già, la croce dell’Est che ho su questo dito. Sai, lì c’erano le iniziali di una mia vecchia fidanzata, una donna famosa, con cui all’epoca non mi ero lasciato benissimo… E quindi Nicolai mi dice: “Dai, ormai è ora di metterci una croce sopra.”. Ed io: “Sì, ma purché sia siberiana!”. (risate)

Seguite il blog di Tattoo Italia per la seconda parte dell’intervista con Omar Pedrini che andrà on line tra qualche giorno.

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