Daniele Delli Gatti: from Rome with love

Tra flash e volti di donna in perfetto stile traditional, Daniele Delli Gatti si racconta e ci permette di riflettere sul ruolo del tatuatore nella società contemporanea e sull’evoluzione della scena italiana.

Ciao Daniele! Partiamo con una domanda molto classica.. Come hai scoperto i tatuaggi?
Ricordo di aver sempre avuto un particolare interesse per i tatuaggi. Nel paese in cui sono nato, vicino Roma, sin da piccolo mi capitava di incontrare persone tatuate da Paolo Alfonsi. Non conoscendo nulla di questa cultura, ma essendone incuriosito, ho iniziato a comprare le prime riviste di settore e a ridisegnare i soggetti dei tatuaggi che mi piacevano di più.

E quindi poi com’è che hai iniziato a tatuare? Cosa ti ha avvicinato a questa cultura?
Cinque anni fa alcuni amici mi hanno avvicinato al mondo del tatuaggio: in quel momento ha rappresentato per me una possibilità, dopo un periodo difficile, di riscattarmi e mettermi in gioco. Avevo l’intenzione di farne una professione e trovare il mio percorso. La prima volta che ho preso in mano una macchinetta l’ho provata su di me, ma il primo vero tatuaggio l’ho eseguito su mio zio. Ero terrorizzato.

Quali sono i soggetti che preferisci realizzare? Qualche soggetto che vorresti tanto tatuare?
Trovo stimolante confrontarmi con qualsiasi soggetto ma amo tatuare principalmente le figure femminili. Uno dei soggetti che purtroppo ancora non ho avuto la possibilità di tatuare, è la Sun Dancer di Bert Grimm: spero di trovare presto qualcuno che abbia voglia di portarlo sulla schiena.

Nell’esperienza complessiva che si cela dietro un tatuaggio, qual è il momento che più preferisci? Sia da tatuatore che da tatuato e quindi, a tua volta, cliente.

Se si tratta di un lavoro custom, il momento in cui il cliente vede il disegno è sicuramente importante, come lo è per me nel momento in cui decido di farmi tatuare.

Con i classici è diverso, il design si conosce già, ed è forse il vederlo finalmente tatuato il momento che preferisco.

Quali sono i tuoi personali punti di riferimento nel mondo del tatuaggio?
Traggo ispirazione dai design dei tatuatori del primo 900, ma un ruolo importante nella mia crescita lo hanno avuto le esperienze fatto nelle guest, nelle convention e in generale il confronto con tutti i tatuatori con cui ho collaborato. Cerco di imparare il più possibile da ognuna di queste situazioni.

Ti senti più artista o più artigiano?
Penso che il tatuatore abbia un ruolo diverso da entrambe queste figure. Non c’è un vero rapporto col pubblico, non è un’esecuzione fine a se stessa, ma nemmeno un’espressione personale. Credo che ci debba essere una complicità e una collaborazione fra cliente e tatuatore, la quale personalità sarà certamente rilevante nel risultato finale, ma non ne deve essere l’obbiettivo.

Da chi ti sei fatto tatuare fino ad oggi?
La lista sarebbe lunga, ma posso citare i tatuaggi più recenti di Todd, Vince Pages, Marco De Moro, Geno, Garbuggino e Simone Ruco, tutte persone con le quali posso dire di aver condiviso bei momenti sia dal punto di vista umano che da quello lavorativo.

Come pensi che evolverà la scena del tatuaggio a Roma e in Italia?
Sinceramente non ho idea di come cambierà il mondo del tatuaggio nei prossimi anni. Questo settore è in continua evoluzione. Sono comunque contento di vivere e lavorare a Roma, una città sicuramente difficile, ma ricca di stimoli e di influenze dove il tatuaggio, anche quello tradizionale, è riuscito a fare breccia nella cultura popolare, cosa che in altre città italiane non è cosi scontata.

Prossimi guest spot e progetti in cantiere?
Da settembre ho in programma di rimanere più tempo a Roma (ndr. Psycho Tattoo Studio) e di dedicarmi alle guest quasi esclusivamente all’estero!

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